I pignoramenti sono in rapido aumento. La denuncia viene dall’Adusbef (Associazione difesa utenti servizi bancari postali e assicurativi), secondo cui il 2007 vedrà aumentare il numero complessivo di pignoramenti ed esecuzioni immobiliari del 19% rispetto all’anno precedente.
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Le stime emergono da un’indagine che l’Associazione dei consumatori ha condotto su otto tribunali di città del Centro Nord: Milano, Roma, Monza, Como, Mantova, Rovigo, Venezia, Macerata e Pinerolo, alcune delle quali dovrebbero registrare un incremento superiore al 25% (Monza, Como e Macerata), a conferma delle indiscrezioni circolate anche nei mesi scorsi, a proposito di un presunto aumento dei pignoramenti in Lombardia.
Come si spiega questo fenomeno? La colpa, secondo l’Adusbef, è delle banche, responsabili di aver consigliato mutui a tasso variabile in un momento in cui, prosegue la nota diramata nei giorni scorsi, “i tassi di interesse erano ai minimi storici e tutti gli indicatori lasciavano prevedere un loro aumento”: la decisione della Bce di incrementare il costo del denaro per ben otto volte consecutive tra il dicembre del 2005 e il giugno 2007, avrebbe infatti reso la rata dei mutui a tasso variabile insostenibile, fino a costringere centinaia di famiglie al “punto di non ritorno”: il pignoramento della casa.
Nel frattempo, anche uno studio Nomisma punta il dito contro il “caro mutui”, segnalando come 1,9 milioni di famiglie (su un totale di 18,5) siano già in difficoltà con il pagamento delle rate.
Pronta la replica dell’Abi, che contesta il dato riportato dall’Associazione (“sono cifre a noi ignote, che non hanno alcuna relazione con i tassi di interesse sui mutui”), e fa notare che “in Italia, i tempi per le esecuzioni forzose in caso di insolvenza vanno dai 2 ai sette anni, di conseguenza, i dati dell´Adusbef si riferirebbero come minimo a procedure avviate nel 2005”. La smentita dell’Associazione Bancaria Italiana era prevedibile. Ma l’ABI non è l’unica ad avanzare qualche dubbio sulla veridicità delle cifre rese note da Adusbef.
Anche secondo CRIF, gruppo italiano che gestisce il principale sistema di informazioni creditizie del nostro Paese e a cui partecipano oltre 500 istituti bancari e finanziari, i numeri riportati dall’Associazione dei consumatori necessitano di una verifica: “Quei dati non trovano riscontro nelle rilevazioni fatte sul nostro Sistema di Informazioni Creditizie che consente di fotografare in maniera oggettiva l’andamento dei finanziamenti erogati dalle banche e dalle società finanziarie in Italia", avverte Maurizio Liuti, responsabile della comunicazione di Crif. "Il tasso di insolvenza, corrispondente ad almeno 6 rate scadute e non pagate, nel nostro Paese si è mantenuto pressoché costante negli ultimi 6 anni su valori attorno all’1%”.
Sebbene, infatti, sia stato rilevato un lieve peggioramento del credit bureau score dei debitori, ovvero il “punteggio” che indica la rischiosità del mutuatario e viene calcolato a partire da una molteplicità di parametri quali, ad esempio, la storia creditizia passata, questo elemento si limita a segnalare un incremento della rischiosità potenziale del cliente che, tuttavia, fino ad oggi non si è tradotto in un aumento delle insolvenze.
“Per altro, in Italia i casi di insolvenza più grave sono spesso determinati dal verificarsi di eventi molto rilevanti all’interno del nucleo familiare, quali decessi o gravi malattie di un familiare, divorzi o separazioni, la perdita del lavoro. Per tutte queste ragioni e per i dati che abbiamo registrato”, sottolinea Liuti, “nulla fa presagire un significativo deterioramento della qualità del credito per i mutuatari italiani, almeno in questa fase”
Quali analogie si possono intravedere tra la crisi dei subprime americani e il mercato italiano dei mutui? “Praticamente nessuna”, osserva Liuti, secondo cui le ragioni fondamentali della differenza tra Italia e Stati Uniti, sarebbero da ricercare in due elementi: primo, il diverso grado di indebitamento delle famiglie italiane - pari al 46% rispetto al reddito disponibile contro il 131% registrato negli USA. Secondo, la diversa offerta di credito, che ha caratteristiche decisamente più aggressive negli Stati Uniti. Diversamente dall’Italia, infine, negli Usa non esiste una soglia di usura per cui operatori creditizi specializzati possono finanziare anche clienti caratterizzati da un profilo di rischio molto elevato, proprio perché possono avere un’adeguata remunerazione di quel rischio.
Detto questo, il contesto potrebbe mutare nei prossimi anni e l’evolversi della situazione deve essere attentamente monitorato: l’aumento dell’Euribor di ben 2 punti percentuali si è già tradotto in un incremento nella rata mensile di circa 250 euro (per un mutuo trentennale di 200.000 euro). Sono lontani i livelli degli Stati Uniti, dove per un finanziamento analogo, l’aumento del Libor (cresciuto di 4 punti percentuali) ha portato ad una rata più salata di ben 510 euro.
Ma, a dispetto di quanti (soprattutto banche) nelle scorse settimane hanno giurato sul fatto che la crisi dei subprime non avrebbe determinato ripercussioni sul mercato italiano, alcuni istituti hanno già corretto gli spread al rialzo. Secondo i primi risultati di un’indagine che Of-Osservatorio finanziario sta realizzando sul panorama bancario italiano, per ora Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena (e a breve anche Macquarie Bank) sono intervenuti con aumenti compresi tra 0,10 e 0,40 punti base. Ed è qui il vero rischio, per i clienti italiani di mutui.





