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USCITA DI MERCOLEDì 4 MAGGIO 2016
COVER STORY
Il Sole 24 Ore
Eguagliare quest'anno i profitti del 2015 sarà «un'impresa». È laconico il comunicato con cui la tedesca Commerzbank ha annunciato ieri il crollo degli utili trimestrali (più che dimezzati a 163 milioni) e soprattutto i problemi futuri sulla redditività. Associato al calo degli utili del primo trimestre rivelato ieri anche dalla svizzera Ubs (-64% a 707 milioni di franchi), il messaggio che arriva dall'Europa è chiaro: i tassi d'interesse ormai a zero, l'economia in peggioramento e la volatilità dei mercati stanno erodendo come tarli implacabili gli utili delle banche. Morale: ora gli istituti di credito si trovano con una redditività sempre più bassa, con costi sempre troppo elevati, con richieste regolamentari sempre più esigenti e con i vecchi problemi specifici che - in questo contesto precario - diventano sempre più insostenibili. Così ieri i “magri” risultati trimestrali di Commerzbank e Ubs sono diventati il pretesto per l'ennesima ondata di vendite sulle banche in tutte le Borse: l'indice settoriale europeo ha chiuso in calo del 3,68%, con ribassi che sono arrivati al 9,55% per Commerzbank, al 7,5% per Ubs, al 6,27% per Deutsche Bank, al 4,68% di UniCredit, al 4,84% per il Banco Santander
Il Sole 24 Ore
Utile netto in forte calo nel primo trimestre per Ubs. La banca svizzera ha archiviato i primi tre mesi dell'anno con un utile netto di 707 milioni di franchi svizzeri (624 milioni di euro), in flessione del 64% rispetto allo stesso periodo di un anno fa, appesantito dalla forte contrazione dei ricavi di intermediazione in un contesto di gravi shock nei mercati finanziari. I ricavi sono diminuiti del 22% a 6,8 miliardi di franchi svizzeri.
Milano Finanza
Dopo gli esperti di Kepler Cheuvreux, anche quelli di Icbpi hanno una stima di utile netto per il primo trimestre di Unicredit sotto quella del consenso: 261 milioni di euro contro una stima del consenso a 379 milioni (326 milioni la stima di Kepler Cheuvreux, 512 milioni il dato del primo trimestre 2015). "Ma le aspettative sulle principali componenti core del conto economico sono in linea con le previsioni medie del mercato", tengono a precisare gli analisti di Icbpi. Il consenso si attende anche ricavi totali in calo a 5,611 miliardi di euro dai 5,936 miliardi del primo trimestre 2015, costi totali in lieve contrazione a 3,5 miliardi (3,6 miliardi nello stesso periodo del 2015), un utile operativo netto in flessione a 872 milioni di euro (da 1,086 miliardi) e accantonamenti netti per 1,2 miliardi di euro (da 1,244 miliardi del primo trimestre 2015). "Le principali differenze rispetto alle stime del consenso riguardano gli accantonamenti per rischi e oneri: +84 milioni di euro e i costi di integrazione: +49 milioni", spiegano gli esperti di Icbpi che oggi hanno tagliato il target price di Unicredit di 1 euro da 6,60 a 5,60 euro, con i parametri di mercato correnti (costo del capitale stimato al 9,7%) e le stime di utile netto riviste al ribasso del 6/7% in media nel biennio 2017/2018
L'Huffington Post
Intanto secondo l'Adnkronos qualcosa si potrebbe muovere anche sul fronte Monte dei Paschi. Secondo l'agenzia di stampa, che cita fonti finanziarie, per l'istituto si profilerebbe un "intervento in due tempi", con il fondo Atlante in prima battuta a rilevare parte delle sofferenze e con l'ingresso di un altro istituto in seconda, con la banca senese a questo punto ripulita da buona parte dei crediti deteriorati. All'operazione, si spiega, "stanno lavorando advisor e legali, con la 'benedizione' anche di Governo e Bankitalia". L'indiziata numero uno, Ubi Banca, ha però categoricamente escluso la sua partecipazione. "Ubi Banca smentisce che sia in corso o pianificata qualsiasi tipo di negoziazione diretta o indiretta che abbia a riferimento operazioni straordinarie con Banca Monte dei Paschi di Siena", si legge in una nota.
Il Sole 24 Ore — Alessandro Merli
Sullo sfondo, resta l’imponente esposizione ai derivati, che l’uso dei modelli interni (grazie al quale in pratica le grandi banche valutano da sé questo tipo di esposizione) minimizza agli effetti dei requisiti patrimoniali. Il fatto non sfugge ai supervisori. Il membro del consiglio di vigilanza della Bce, Ignazio Angeloni, ha spiegato ieri in audizione al Senato che, per ovviare a questo problema, non solo è stato introdotto il coefficiente di leva finanziaria, che entrerà in vigore dal 2018, ma che la Bce ha avviato un’analisi mirata dei modelli interni, accoppiata a un esame, da parte del Comitato di Basilea, dei rischi di mercato. Si vuole evitare che le differenze nella ponderazione del rischio siano determinate non dal diverso rischio delle esposizioni sottostanti, ma dalle scelte dei modelli, che le banche possono confezionare a propria misura. In Italia, la vicenda Popolare Vicenza e le incognite su altri istituti, da Veneto Banca a Carige a MontePaschi, continuano a gettare un’ombra sull’intero sistema, anche se Angeloni ha giudicato positivamente, come del resto aveva fatto Draghi, sia lo schema di garanzia per le cartolarizzazioni, sia la nascita del fondo Atlante. Nessuna delle due iniziative appare però risolutiva dell’incertezza e dello sfavore dei mercati
Milano Finanza
Quando viaggiare è meglio che arrivare. Così Mediobanca Securities intitola una nota di oggi sulle banche italiane, osservando che per il momento il rischio sistemico se ne è andato, ma la banca d'affari teme perdite ora che il re, ovvero i non performing loan, "è nudo". Il mercato ha giustamente rimosso il rischio sistemico per le banche italiane con uno sprint in borsa del +14% dopo l'annuncio di Atlante. Però la corsa dei Npl non è uno sprint, piuttosto una maratona che solo ora è finalmente iniziata. Il governo ha fatto del suo meglio per contribuire a creare un mercato delle sofferenze e "vediamo ancora un elevato valore per le sofferenze italiane. Ma questo è in funzione dei dati macro e della tempistica, entrambi ora negativi visti i recenti downgrade del pil e la tempistica stretta del SSM per la cessione delle sofferenze", precisano gli analisti.
ECONOMIA & FINANZA
la Repubblica
U na tranquilla assemblea degli azionisti, quella di Intesa Sanpaolo della scorsa settimana. In fondo era già stato tutto deciso: l’abbandono del Grande Vecchio, Giovanni Bazoli, era stato annunciato da tempo e digerito dal mercato. Così come il passaggio dal sistema di governance duale a quello monistico. La banca, poi, secondo gli analisti, sta veleggiando felice verso il raggiungimento, in anticipo, di tutti gli obiettivi del piano industriale. Inoltre, è la più capitalizzata fra le banche di sistema, tanto da partecipare fino a 1 miliardo al fondo Atlante per garantire gli aumenti di capitale degli istituti in difficoltà e per la gestione delle sofferenze. Insomma, tutto procede senza scossoni, anche quel lento ma inarrestabile mutamento di paradigma già annunciato nell’ultimo business plan e ormai divenuto una routine: la progressiva cessione di tutto il reticolo di partecipazioni industriali costruito nell’era Passera. L’ex amministratore delegato aveva affidato a Gaetano Miccichè la paziente messa a punto, durante il primo decennio del secolo, di questa rete. E adesso, a cessioni già nella maggior parte avvenute, proprio il naturale passaggio di Miccichè, giunto ai limiti d’età, da amministratore delegato di Banca Imi, a cui fa capo la divisione corporate, a presidente (dunque senza deleghe operative) suggella la fine di un progetto su cui l’ex amministratore delegato aveva contato molto
la Repubblica
Milano atta la governance monistica, ora Intesa Sanpaolo deve fare dirigenti e cultura “monistici”. Bella sfida, perché si tratta di traghettare la “banca di sistema”, dei territori, e in definitiva delle Fondazioni in un gruppo leader nei i mercati creditizi d’Italia ma che pensi e operi in modo internazionale. E così realizzi l’augurio del moderno fondatore Giovanni Bazoli, di «rafforzare la presenza in Europa». Non basterà imparare meglio l’inglese in Ca’ de Sass: andrà coltivata la qualità massima delle persone, dal top management ai consiglieri, alle strutture. L’assemblea che mercoledì ha votato con amplissima maggioranza il nuovo modello monistico - basato sul cda unico che incorpora le funzioni di controllo, svolte da un apposito Comitato interno - manda in soffitta un decennio di governance duale, di cui Intesa Sanpaolo è stata tra pioniera con Mediobanca. Quel tempo è finito, non serve più comporre gli interessi tra Milano e Torino aumentando le poltrone, pratica peraltro sempre più avversata da regolatori e investitori. Andare “verso il monistico”, dunque, era una strada sensata e invitante per la maggiore banca italiana; anche se, come ha detto lo scorso settembre Bazoli (mentore del duale), si sarebbe ben potuto proseguire coi due consigli, ma «c’è stata l’impossibilità di trovare applicazione per l’assenza di figure femminili di vertice»;
Il Sole 24 Ore
Ormai ci avranno fatto il callo, ma i 120mila piccoli azionisti della Popolare di Vicenza oltre al danno di avere già perso quasi tutti i soldi, assaggiano ora anche la beffa della mancata quotazione in Borsa. Fuori da Piazza Affari non c'è, per i piccoli soci storici della Popolare vicentina, la possibilità di vendere agevolmente le azioni seppur iper-svalutate. Fuori da Piazza Affari non c'è per loro neppure la speranza che prima o poi qualche concorrente interessato lanci un'Opa. Fuori da Piazza Affari, insomma, i “vecchi” soci potrebbero avere meno patemi d'animo ma anche meno tutele. Se la mancata quotazione può far piacere al fondo Atlante, e forse agli altri investitori istituzionali che erano pronti a comprare azioni, i piccoli soci rischiano di essere i potenziali sconfitti.
Il Sole 24 Ore
«Noi non abbiamo evidenze in questo momento che la partecipazione di Atlante sia necessaria» all'aumento di capitale di Veneto Banca. Lo ha dichiarato il presidente Pierluigi Bolla in vista dell’assemblea di giovedì e del rinnovo del Cda. «Non abbiamo mai avuto contatti e noi rimaniamo fiduciosi», ha aggiunto, sottolineando che Veneto Banca «non è nelle condizioni della Banca Popolare di Vicenza», come dimostrano anche le dichiarazioni di Banca Imi, capofila del consorzio di garanzia. «Il nostro è un cauto ottimismo - ha concluso - il 12-14 maggio maggio inizierà il pre marketing per l'aumento di capitale e la quotazione, ci penseremo dopo l'assemblea»
la Repubblica
L a parte del leone la fa la Popolare di Vicenza: un miliardo e quattrocento milioni di euro, che i clienti più o meno famosi hanno chiesto a vario titolo - ma soprattutto per le modalità di collocamento e cronologia di vendita di azioni proprie - alla banca appena trasformata in società per azioni. Reclami, contenziosi e anche richieste avanzate in sede giudiziale (queste ultime pari a 647,4 milioni). L’amministratore delegato Francesco Iorio ha annunciato tavoli di conciliazione con le associazioni di difesa dei consumatori dopo la conclusione dell’aumento di capitale. Ma anche Veneto Banca ha i suoi problemi: il team ispettivo della Bce ha rilevato «possibili rischi legali e reputazionali» che risulterebbero da potenziali violazioni alla Mifid e da «carenze di compliance nel seguire l’ordine di priorità nell’esecuzione degli ordini di vendita» delle azioni; i potenziali danni arrivano fino ad un massimo di 236 milioni. La banca ha valutato il «rischio astratto, ancorché possibile, che in assenza di formali contestazioni/ reclami non necessita di specifici accantonamenti». In bilancio Veneto Banca ha accantonamenti per 88 milioni. Un altro tasto dolente alla Veneto Banca rischia di essere la liquidità: l’indice Lcr a fine febbraio si è attestato a quota 67,3, si legge nel bilancio; in rialzo rispetto al dato di fine 2015 ma al di sotto dei limiti fissati dalla Bce (a 70)
il Fatto Quotidiano
A due giorni dall’assemblea che dovrà nominare il nuovo consiglio d’amministrazione di Veneto Banca e approvare il bilancio 2015, dalla Bce e dai vertici dell’istituto arriva un colpo micidiale alla lista dei consiglieri alternativa proposta dai soci. Francoforte ha inviato una missiva da leggere in assemblea in cui “anche in considerazione delle passate carenze”, la Bce informa gli azionisti che si riserva di valutare “con attenzione” la professionalità e l’onorabilità dei futuri consiglieri: ne verrà verificata “la reputazione, l’esperienza nella gestione bancaria e l’indipendenza, inclusa la presenza di eventuali conflitti d’interesse”. E non è che l’antipasto. A presentare il piatto forte sono i vertici di Veneto Banca che – dopo aver premesso che le informazioni vengono “messe a disposizione in un’ottica di trasparenza e non contengono, né implicano alcun giudizio, né alcuna valutazione” da parte dell’istituto – informano gli azionisti che la maggioranza dei presentatori della Lista Soci “sono riconducibili a gruppi economici esposti nei confronti della banca per un importo aggregato che supera i 520 milioni”.
Il Sole 24 Ore
Nuova operazione sui crediti deteriorati per Banca Ifis. Ieri il gruppo di Mestre ha infatti annunciato di aver concluso il riacquisto di un portafoglio di non-performing loans sul mercato secondario italiano del credito al consumo unsecured per un valore di oltre 1 miliardo di euro: si tratta della terza operazione del 2016, la più rilevante, che permette a Ifis di portare a 1,5 miliardi il valore complessivo di quanto rilevato da inizio anno e di confermare così la posizione di leadership nel business avvicinando a 10 miliardi il valore dei crediti gestiti dalla Banca guidata da Giovanni Bossi. Il portafoglio, che è stato ceduto da una società dedicata alle attività di factoring e Npl management della quale non è stata rivelata l’identità, vanta circa 152.000 posizioni, è composto principalmente da finanziamenti di credito al consumo (64%) e da carte di credito (36%) con un valore medio unitario di circa 6.000-7.000 euro
la Repubblica
F lavio Cattaneo non ama perdere tempo, anzi è noto per il suo pragmatismo e per i suoi modi spicci, e così a distanza di un mese dalla sua nomina il nuovo ad di Telecom Italia ha già messo pesantemente mano all’organigramma del gruppo e ridisegnato lo schema per acquisire il 100% di Metroweb. Peraltro, alcune posizioni chiave, come quella della direzione acquisti, essendo occupate da manager vicini a Marco Patuano, erano già rimaste scoperte. L’idea di Cattaneo è quella di accorpare il più possibile le funzioni, creando una manciata di riporti diretti con l’ad per snellire e velocizzare la struttura. Pare che nei suoi colloqui preliminari con la squadra Cattaneo abbia fissato, divisione per divisione, una serie di obbiettivi sfidanti, incaricando i manager di seguire una tabella di marcia molto serrata, con l’obiettivo comune di tagliare i costi e velocizzare i processi. Si parla di un piano di tagli da 1,1 miliardi da realizzare entro due anni, che il manager vorrebbe illustrare alla comunità finanziaria già il prossimo 13 maggio, insieme ai risultati del primo trimestre che a detta degli analisti non saranno particolarmente brillanti.
AFFARI PERSONALI
Milano Finanza
L'indice milanese ha registrato il risultato peggiore, chiudendo in calo del 2,5% a 17.966 punti. A seguire le altre piazze europee con il Dax-30 di Francoforte a -1,9%, il Cac-40 di Parigi a -1,6% e il Ftse-100 di Londra a -0,9%. A Piazza Affari oggi è stato il giorno del debutto di Technogym , che ha chiuso la giornata in rialzo del 11,4% a 3,62 euro. I pochi segni positivi sono arrivati inoltre da Moncler (+1%), B. Cucinelli (+1%) e Ovs (+0,6%). In rialzo anche Rcs Mediagroup (+0,9%). A pesare sul rendimento del Ftse Mib sono stati soprattutto i titoli bancari, che hanno registrato perdite oltre i 2 punti percentuali. Tra i maggiori ribassi B. Carige (-8,1%), Mps (-7,6%), B. Popolare (-7,2%), Credito Valtellinese (-5,8%) e Ubi Banca (-5,1%). Male anche i titoli in capo al portafoglio Agnelli, con Cnh che ha ceduto il 6%, Exor l'1,98% e Fca , che ha ceduto il 3,02%, nonostante i dati sulle immatricolazioni in Germania, Spagna e Stati Uniti che hanno indicato come la compagnia abbia sovreperformato il mercato.
Il Sole 24 Ore
Vola Technogym nel giorno del debutto a Piazza Affari. Nonostante la seduta di forti vendite su tutti i listini europei, con il Ftse Mib in flessione del 2,26%, Technogym sale dell'11,26% a 3,616 euro. La società è arrivata alla quotazione alla luce della decisione dell'azionista Salhouse Holding di mettere sul mercato il 25% del capitale (il 28,75% in caso di integrale esercizio dell'opzione greenshoe). Il prezzo dell'Ipo, riservata solo a investitori istituzionali, era stato fissato a 3,25 euro.
Morningstar
Energy sempre peggio. Le aspettative negative circa il futuro andamento del prezzo del petrolio modifica gli equilibri all’interno del settore e costringe gli analisti di Morningstar a modificare il Moat rating per molte compagnie energetiche. Kinder Morgan scende dal trono. Kinder Morgan, gruppo americano attivo nel segmento midstream, è riuscito a costruirsi una forte posizione di vantaggio (Economic moat ampio) grazie alla sua capacità acquisire e assemblare asset di terzi. Negli ultimi anni, però, il prezzo al quale ha comprato le nuove attività (funzionali alla crescita del fatturato) è salito in maniera significativa, a causa della maggior concorrenza nel segmento in cui opera mentre le quotazioni del greggio si sono ridotte significativamente. Questi due elementi hanno compromesso la redditività del capitale investito dall’azienda. Da qui la decisione da parte degli analisti di tagliare il rating sull’Economic moat da ampio ad assente.
la Repubblica
I fondi multi-asset riscuotono grande successo presso i risparmiatori quando il contesto dei mercati è incerto e le scelte d’investimento difficili, ovvero proprio quello che è avvenuto negli ultimi mesi. Non si tratta però dell’approccio giusto a questa tipologia di fondi per Nick Peters, gestore di due fondi multi-asset di Fidelity (FF Global Multi Asset Tactical Moderate Fund e FF Global Multi Asset Tactical Defensive Fund), per il semplice fatto che la flessibilità di cui dispongono i multi asset consente loro di cogliere le migliori occasioni di investimento in qualsiasi condizione di mercato, tenendo tra l’altro sempre sotto controllo il profilo di rischio. In questo momento in cui le Borse sembrano esser prive di direzionalità e soggette ad attacchi di volatilità e le obbligazioni presentano rendimenti irrisori, Peters ha per esempio scelto di puntare sugli high yields statunitensi, sui governativi emergenti in valuta locale, sull’azionario europeo e su quello giapponese, mentre preferisce stare alla larga dai titoli americani e da quelli dei mercati emergenti.
la Repubblica
L’ enorme flusso di liquidità assicurato dalle banche centrali ha fin qui evitato ai mercati finanziari nuovi tracolli dopo quelli visti nel biennio 2008-2009 e ha sostenuto il settore del risparmio gestito, ma alla lunga rischia di creare da una parte assuefazione presso gli investitori (oltre al rischio bolla) e dall’altra danni ai conti delle sgr. Il tema comincia a farsi strada nelle analisi dei gestori, dopo un lungo periodo di euforia. «L’alto livello di liquidità ha spinto molti asset manager e investitori a spostare i portafogli verso soluzioni più rischiose, in particolar modo nel comparto obbligazionario, alla continua ricerca di rendimento», analizza Michaël Lok, co-ceo asset management di Ubp. L’esperto ricorda che, qualora il rischio di mercato dovesse continuare a crescere, potrebbe mettere in crisi il modello di business adottato dalle società di gestione del risparmio che, dal 2008 in avanti, hanno gradualmente modificato la loro offerta per trarre vantaggio dall’abbondante liquidità
INCHIESTE
Il Sole 24 Ore
Studiando i movimenti dei contratti future su Wall Street (E-mini S&P 500) e sui titoli di Stato (il Treasury decennale) nei minuti che precedono la pubblicazione di 21 differenti dati rilevanti negli Usa in un periodo che va dal 2003 al 2014, Alexander Kurov, Alessio Sancetta, Georg Strasser e Marketa Halova Wolfe hanno notato che in almeno un terzo dei casi i prezzi iniziano a muoversi in anticipo, e lo fanno nella direzione giusta, cioè quella che il mercato prenderà dopo l’annuncio. Ce n’è insomma abbastanza per far dire agli analisti (il cui pensiero non riflette necessariamente la posizione di Mario Draghi e degli altri banchieri di Francoforte, ma è ovviamente degno della massima affidabilità) che «esiste l’evidenza di un trading sostanzialmente “informato” nei momenti che precedono l’annuncio ufficiale di un dato».
Corriere della Sera
I Padroni dell’Universo sono un po’ meno baldanzosi di una volta. Persino Ray Dalio, il gestore dell’hedge fund più grande al mondo, fino a ieri geloso della segretezza del suo modo di scommettere sui mercati finanziari, nelle ultime settimane ha dovuto uscire allo scoperto per difendere le proprie strategie e fermare l’emorragia di clienti. Spiazzati. E Dalio non è l’unico a sentirsi spiazzato. Aria di crisi circola nell’intera industria degli hedge fund, gli strumenti di investimento più sofisticati che scommettono sull’andamento delle Borse, delle materie prime e delle valute usando i futures e altri derivati. Questi fondi, riservati ai sottoscrittori più ricchi o a quelli istituzionali come i piani pensionistici, hanno quest’anno subito lo smacco di essere stati battuti dai democratici Etf (Exchange traded fund), che invece possono essere comprati da tutti anche per pochi dollari. Per la prima volta nella loro storia di quasi 70 anni, gli hedge fund hanno infatti in gestione un patrimonio globale inferiore a quello degli Etf, nati solo 25 anni fa: 2.900 miliardi di dollari contro 3.001
la Repubblica
F ino a un anno fa erano considerati i padroni del mondo: compravano di tutto, dai magazzini Harrods di Londra (Qatar) al 10% di Blackstone (Cina), dal 5% della neoquotata Ferrari (Abu Dhabi) a squadre di calcio come il Paris St.Germain (ancora Qatar) nonché partecipazioni di rilievo in banche quali Citigroup, Ubs, Credit Suisse, Barclays, fino allo stesso London Stock Exchange (Dubai). Poi, all’improvviso, la frenata: il crollo dei prezzi petroliferi ha sconvolto il panorama dei fondi sovrani d’investimento, bloccando gli acquisti (non del tutto per la verità) e costringendo molti di questi a dirottare in tutta fretta risorse verso il salvataggio dei rispettivi Paesi, quasi tutti dipendenti completamente dalla fonte greggio per le loro entrate. È sempre complesso leggere la verità nei loro bilanci, ma esperti indipendenti calcolano che il valore totale dei fondi sia sceso da 5 a 4 trilioni di dollari (migliaia di miliardi ) per quanto riguarda i fondi propriamente detti, cioè quelli che non hanno voci predefinite al passivo: aggiungendo questi ultimi private equity , fondi pensione, fondi degli stati federati - il totale arriva a 7-8 trilioni, oltre il 10% dei patrimoni gestiti nel mondo
la Repubblica
La Commissione Ue vede proseguire in Italia una "crescita moderata", ma rivede al ribasso il Pil 2016: come ricostruito da Repubblica in edicola, e confermato dal commissario Pierre Moscovici durante la conferenza stampa di Bruxelles, l'1,4% previsto a febbraio scende ora a +1,1%. Il governo, nel Def 2016 licenziato a metà aprile, stimava per l'anno in corso una ripresa dell'1,2%. "Nel corso del 2015 il passo della crescita ha rallentato portando ad un avvio del 2016 più basso del previsto" che, "insieme all'ulteriore rallentamento del commercio globale, spiega la revisione al ribasso" rispetto alle previsioni invernali, scrive la Ue nelle previsioni economiche. Nel 2017 è invece confermata la crescita all'1,3%, grazie a "domanda esterna più dinamica e investimenti". Anche in questo caso, c'è un minimo scarto con la previsione del governo per un Pil a +1,4%.
COMMENTI
Il Sole 24 Ore — Alessandro Plateroti
Per chi vede l’albero cercando l’orizzonte, quella di ieri è stata certamente una brutta giornata: la Borsa che respinge la quotazione della Popolare di Vicenza per mancanza di requisiti, i titoli delle banche in caduta libera a Piazza Affari, l’indice delle Blue Chip, l’Ftse-Mib, che chiude la seduta con un ribasso di circa l’1%, il peggior risultato giornaliero in Europa e il secondo a livello mondiale dopo il -3% segnato da Tokyo. Ma questo è l’albero: a ben guardare, la foresta racconta molto di più. Innanzitutto, consente di non fermarsi all’andamento dei titoli bancari per giudicare l’efficacia del Fondo Atlante sui mercati. Non solo perché rischi e benefici reali del fondo salva-banche saranno evidenti e misurabili (anche nei prezzi di Borsa) solo nel medio-lungo periodo. Ma anche perché la sua missione non è certamente quella di alimentare speculazioni finanziarie: tra promesse, false partenze, paure e illazioni, le banche hanno già pagato un prezzo altissimo nei listini di Borsa
la Repubblica — Fabio Bogo
Il mandato di Mario Draghi scade a novembre 2019, ma nonostante manchino ben due anni e mezzo alla naturale successione al vertice della Banca centrale europea, in Germania l’opinione pubblica e la politica tifano esplicitamente per un tedesco alla guida dell’istituto. E il tifo è arrivato ad un livello così acuto da indurre lo stesso Draghi ad uscirsene la scorsa settimana con una secca affermazione: "Non c’è nessuno al mondo che sia interessato al fatto che sono italiano, a parte i media tedeschi". Che la Germania voglia un suo uomo al comando dell’Eurotower è scontato. Da quando è nata, la Bce ha avuto alla guida prima l’olandese Wim Duisenberg, poi il francese Jean-Claude Trichet, infine l’italiano Mario Draghi. Nessuno proveniente dalla Bundesbank, nonostante la potente banca centrale di Germania ami ricordare a tutti che la Bce è stata creata "ad immagine e somiglianza della Bundesbank". E’ una questione di immagine, sicuramente. Ma sta diventando anche una questione di sostanza man mano che nell’opinione pubblica tedesca prende corpo il sospetto che l’italiano Draghi nell’usare leve della politica monetaria sia più accomodante di quanto potrebbe essere un componente della squadra dei "falchi"; quei paesi, Germania in testa appunto, che criticano il Quantitative Easing, ne giudicano nocivi alcuni effetti e vedono nei bassi tassi di interesse una minaccia per i virtuosi risparmiatori della Repubblica federale
il Fatto Quotidiano — Paolo Fior
E’ più difficile darla a bere al mercato che agli elettori e prima se ne renderanno conto a Palazzo Chigi meglio sarà per tutti. Se il decreto legge sulle banche è stato presentato venerdì scorso dal governo come la “soluzione definitiva del problema”, lunedì la Borsa ha prontamente dato il suo responso: sui titoli bancari sono ripartite le vendite e, non appena è stata ufficializzata la notizia che la Banca popolare di Vicenza non sarebbe approdata a Piazza Affari, molti titoli sono stati sospesi per eccesso di ribasso, a partire da MontePaschi. C’era grande attesa sul mercato per le norme con le quali il governo intendeva accelerare le procedure per il recupero dei crediti, ma alla luce degli annunci (e ancora in assenza del testo approvato dal consiglio dei ministri su cui i tecnici sarebbero al lavoro per ulteriori ritocchi) gli analisti non ritengono possibile che i tempi si “riducano da 6 anni a 6-9 mesi” come proclamato dal premier Matteo Renzi o e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. La ragione è semplice: le nuove norme si applicano solo ai nuovi contratti e non a quelli già in essere, mentre gli stessi effetti del cosiddetto “pegno non possessorio” si ottengono anche con strumenti già esistenti quali il leasing strumentale, che però presentano gli stessi problemi di recupero del bene. Insomma, le nuove norme non producono alcun effetto sull’enorme stock dei crediti attualmente in sofferenza ed essendo soggette al consenso dell’impresa debitrice non è detto che si applichino a tutti i nuovi contratti
Il Sole 24 Ore — Adriana Cerretelli
Dunque, più il tempo passa e più appare evidente, come dicono le previsioni Ue di ieri che ricalcano le ultime di Fmi, Ocse e della stessa Bce, che la politica economica europea è clamorosamente zoppa, come del resto molte delle sue recenti conquiste, a partire dal pilastro e mezzo dell’unione bancaria sui tre che dovrebbero comporla. Anche se sarebbe eccessivo e improprio al momento parlare di stagnazione secolare, il persistente calo della crescita nell’area euro è un fatto incontrovertibile, tanto più se si mettono a confronto i ritmi della ripresa Usa con quelli della ripresa europea, molto più lenta. La ragione? Il declino della produttività era cominciato ben prima della grande crisi su entrambe le sponde dell’Atlantico però in Europa si è accentuato molto più che negli Stati Uniti, perché le è venuto meno il polmone finanziario: l’eurozona ha temporeggiato troppo prima di decidersi a salvare le banche rispetto alla tempestività dell’intervento della presidenza Obama già nel 2008
Il Sole 24 Ore — Paul Krugman
I candidati alla nomination democratica, Bernie Sanders e Hillary Clinton, stanno discutendo delle tasse sulle bibite gassate. La Clinton è favorevole, perché lo vede come un modo per raccogliere fondi da destinare a programmi importanti come l’estensione universale degli asili nido, e al tempo stesso come un disincentivo ad adottare comportamenti autodistruttivi. Sanders è contrario perché sono tasse regressive, che ricadono sulle fasce più povere. Non mi illudo che le argomentazioni razionali possano fare qualche differenza nell’immediato. Siamo in quella fase della battaglia elettorale in cui qualsiasi cosa dica la Clinton è di per se stesso un male. È come quando nel 2008 i sostenitori di Barack Obama si scagliavano contro l’obbligo di sottoscrivere un’assicurazione sanitaria, che alla fine è diventato (com’era giusto che fosse) un caposaldo della riforma sanitaria
La Voce — Luigi Oliveri
La riforma del codice degli appalti è da pochi giorni finalmente in vigore. Il termine del 18 aprile è stato mancato di un giorno, ma il “nuovo codice” (decreto legislativo 50/2016) è operante. Come spesso avviene in questi ultimi tempi, sulle riforme si polarizzano i commenti a caldo. C’è chi le esalta e chi le critica a prescindere. A uno sguardo semplicemente di carattere tecnico, sembra che il codice dei contratti riformato debba essere visto per quello che è: una riforma molto complessa e articolata, che richiederà qualche tempo per essere attuata e compresa. È, dunque, difficile immaginare che dal nuovo codice possano derivare subito effetti mirabolanti, quali il rilancio degli appalti e dell’edilizia in grande stile. E non solo per la qualità oggettivamente tutt’altro che eccelsa della riforma, come evidenziato in modo tranciante dal Consiglio di Stato nel suo parere; ma, soprattutto, perché per rilanciare attività che presuppongono ingente spesa pubblica, occorre la disponibilità delle risorse connesse
La Voce — Paolo Balduzzi
Nell’impossibilità di formare un governo, la Spagna torna al voto dopo appena sei mesi. Troppo frantumato il parlamento perché i tentativi di creare coalizioni più o meno grandi potessero avere successo. Prima delle elezioni la probabile apertura di una procedura di infrazione per deficit elevato
Il Sole 24 Ore — Marco Onado
Era un sistema finanziario fragile quello dell'Italia di fine Ottocento: piccole le banche, forte la propensione alla speculazione anziché al sostegno dell'attività produttiva, frazionati i poteri di emissione di biglietti fra sei istituti degli stati pre-unitari. I dissesti si susseguirono, tanto che a un certo punto fu necessario autorizzare la Banca Nazionale (uno dei sei istituti di emissione) ad emettere moneta oltre il limite legale per compiere vere e proprie operazioni di salvataggio, suscitando aspre polemiche negli ambienti politici ed economici e nella stampa dell'epoca. Ma il peggio doveva arrivare nel 1893, vero annus horribilis di fine secolo, con la crisi della Banca Romana e quella quasi contemporanea del Credito Mobiliare. La prima crisi era molto più grave sul piano tecnico e soprattutto morale. Già nel 1889 un'inchiesta sulla banca aveva accertato gravi irregolarità e in particolare un ammanco di cassa di oltre 9 milioni di lire, coperto con emissione abusiva di biglietti
INTERNAZIONALE
Financial Times
US investors may be profiting from leaked economic data releases that allow them to front-run market-moving news, according to a research paper published by the European Central Bank. Macroeconomic news announcements can move markets, as traders watch for indications about how the economy is performing. The data are released to everyone at the same time to ensure fairness but ECB researchers said they had found evidence of “informed trading” ahead of US data releases.
Forbes
When the four living Chairs of the Federal Reserve gathered in New York recently for a roundtable discussion, it was a mostly dry affair. There were several lighter moments, however, including one that was unintentionally illuminating. Moderator Fareed Zakaria, marveling at how the Federal Reserve balance sheet had exploded from approximately $900 billion to over $4 trillion on Ben Bernanke’s watch, asked him how the Fed was planning to unwind its massive portfolio. Bernanke deadpanned, “Well, fortunately, I don’t have to do it.” As the audience erupted in laughter, he turned to Janet Yellen, who was sitting beside him. “He left that to me,” she quipped, and more laughter ensued.
The Independent
Even after euro-area price growth declined last month more than economists forecast, traders are betting on a rebound. Investors are now paying the least since December 2014 to protect against deflation over 10 years. This has been helped by Brent crude oil futures climbing to the highest level in almost six months last week. Speaking after officials maintained stimulus measures at last month's policy meeting, ECB President Mario Draghi said he expected inflation to accelerate in the second half of 2016. The ECB's goal for price growth is just below 2pc policy makers have cut interest rates and expanded the asset-purchase programme in an effort to revive economic growth and avert deflation. While market indicators rise, Draghi will have to keep options for more stimulus open to ensure expectations stay anchored, according to Hendrik Lodde, a fixed-income strategist at DZ Bank. "We expect slowly rising inflation rates in the second part of 2016," Frankfurt-based Mr Lodde said.
Forbes
Not that either Paul Krugman (certainly not) nor Scott Sumner (probably not) would agree with what I’m saying they’re saying. But it is true, if we use the proper meaning of expansionary austerity, that they are both stating that it can potentially work. It’s not quite the economic oxymoron that so many consider it to be. It’s a little like the work of Art Laffer in this sense: people have managed to brand it as something it never really was. And that branding takes it from being a perfectly reasonable observation off into way out whacko territory. It’s not the original idea which is whacko, it’s the caricature applied to it. Krugman is here: Furthermore, the shortfall doesn’t start right away. Things really go off track only in 2011-2012, when the U.S. recovery continues but Europe slides into a second recession. That’s also when the euro area inflation rate slips definitively below target, where the US rate doesn’t to the same degree.
Fortune
Hours after declaring it would skip a $422 million debt payment. Puerto Rico’s Government Development Bank, the main funding source for the U.S. commonwealth’s public agencies, said it reached a tentative restructuring deal with some major creditors hours after declaring it would skip a $422 million debt payment. The agreed framework is “a vital first step” that needs both restructuring legislation from the U.S. federal government and participation from all of the GDB’s creditors in order to work, the bank said in the statement issued late on Sunday.
TECNOLOGIA
la Repubblica
S ono 42,5 milioni gli italiani che nel 2015 si sono collegati a Internet da qualsiasi luogo o con diversi dispositivi, ben l’86,3% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni. Penetrazione in aumento (+4,7% negli ultimi due anni), fortemente trainata dalla diffusione degli smartphone che, rispetto al 2013, è cresciuta del 45,3 per cento, raggiungendo quasi 33 milioni di persone. A dirlo i dati Audiweb Trends, secondo i quali nel solo mese di dicembre 2015 sono stati 25,6 milioni gli italiani tra i 18 e i 74 anni che hanno navigato in Rete, in crescita del 3% rispetto allo stesso periodo dall’anno precedente. Inoltre il numero di utenti che accede a Internet da mobile, sia smartphone che tablet, ha quasi superato gli accessi da PC, arrivando a 22,4 milioni. Sono soprattutto le donne e i giovani a dedicare più tempo alla navigazione quotidiana: le prime trascorrono online mediamente circa 2 ore al giorno, che salgono di 14 minuti per i 25-34enni e di 23 minuti per quelli con un’età compresa tra i 18 e i 24 anni (fonte Audiweb). Internet sta diventando di uso comune anche per informarsi sulle promozioni.
Cor.Com
La startup Varo Money sviluppa un'app per il mobile banking e punta ad andare oltre il fintech. L'obiettivo è trasformarsi in una vera banca guadagnando non dalle commissioni ma dai servizi di controllo del budget e "coaching"
la Repubblica
BLACK OUT. Svanire, cancellare ogni traccia di noi. Una tentazione che oggi non può prescindere dai contenuti che produciamo nel corso della quotidiana vita digitale. Prodromi i Radiohead. How to disappear completely, come scomparire completamente, è del resto uno dei brani più conosciuti della band inglese. E proprio a quelle note è sùbito tornata la mente, quando domenica la pagina web ufficiale degli artisti è stata pian piano offuscata. Fino a diventare bianca, vuota. Così come l'account Twitter, i profili su Facebook e Google+. Tutto dissolto. O quasi.
la Repubblica
PENSATECI. Quando una storia finisce, dopo la rabbia, le urla e i tentativi inutili di ricominciare, resta poco da fare: dividere le cose in comune e spedire le sue labbra a un indirizzo nuovo. Funzionava, eccome, finché persino Cupido non si è abbonato a Netflix. Ne sa qualcosa Tonya Malinowski, che ha raccontato il lutto della separazione “via streaming” sul New York Times, nella rubrica “Modern Love” dedicata agli scritti dei lettori su “gioie e tribolazioni” causate dall’amore. Tonya è stata lasciata dal suo ragazzo, Rob, mentre era in fila in una caffetteria Starbucks. Ha ricevuto il classico messaggio – “Dobbiamo parlare” – e poi il ben servito di persona. Il week-end successivo, sola davanti alla tv, ha affogato il suo dolore non nel gelato, come avrebbe fatto Bridget Jones, ma nella nuova panacea digitale: Netflix, con la sua lista sconfinata di film e soprattutto serie tv.
Il Sole 24 Ore
Solair, azienda con sede a Casalecchio di Reno, attiva nel campo del cloud computing e nell'Internet delle cose (IoT), è diventata la prima acquisizione della Microsoft in Italia. Lo annuncia una nota del colosso di Redmond, secondo cui Solair sarà uno dei pilastri delle prossime soluzioni software Microsoft a livello globale per questo mercato attualmente in forte espansione. La startup bolognese, condotta da un team ritenuto “molto talentuoso”, è stata inserita dalla Gartner nelle prime 16 imprese mondiali nel settore Internet of Things. Tra i suoi clienti ci sono AEG, Bosch, e i giapponesi di Aiwa per i quali Solair ha trovato soluzioni cloud per il monitoraggio delle macchine di produzione o per migliorarne l’efficienza energetica.
Wired
0 miliardi. È questo il numero impressionante di video che ogni giorno vengono visualizzati su Snapchat, come confermato la scorsa settimana dalla stessa piattaforma. Numeri da capogiro che rendono il social network del fantasmino giallo una delle piattaforme più interessanti del momento. Ma qual è la situazione in Italia? In Italia dominano i teen La mania di Snapchat ha ormai contagiato anche il nostro Paese. Gli ultimi dati ufficiali relativi al Q4 del 2015 attestano a quota 673mila il numero di utenti attivi, che rappresentano circa il 2,3% della popolazione Internet italiana. Le persone che utilizzano Snapchat hanno principalmente un’età compresa tra i 16 e i 24 anni (61%), ma 1 utente su 5 nella forbice 25-34 ha ormai familiarizzato con l’app. Un dominio netto dei teen, che sottolinea come la fruizione di contenuti tradizionale stia ormai lasciando il passo a un approccio più veloce e innovativo. Non ci sono invece differenze sostanziali in termini di genere, con un leggero vantaggio degli uomini (60%) rispetto alle donne (40%).
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