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USCITA DI LUNEDì 24 LUGLIO 2017 - A LUGLIO E AD AGOSTO OFNEWS ESCE SOLO IL LUNEDI'
COVER STORY
OfNews
Il 2016 si era chiuso nel segno dell’incertezza. Ma oggi UniCredit, dopo il successo della ricapitalizzazione e l’efficace campagna vendite, è pronta a voltare pagina. Ha varato un nuovo piano industriale. E i progetti in cantiere o avviati nel corso dei primi mesi dell’anno coinvolgono tutti i settori di mercato: dai pagamenti al risparmio. Cosa accadrà nei prossimi mesi? Ecco gli obiettivi e come verranno realizzati, i nuovi prodotti e le iniziative spiegate da Remo Taricani, responsabile Retail sales and marketing Italia di UniCredit. OF: Dopo la ricapitalizzazione, si parla del grande ritorno di UniCredit. E’ davvero così? Taricani: La trasformazione del modello operativo e la massimizzazione del valore per i nostri clienti e per la banca sono due pilastri chiave del piano Transform 2019 per l’Italia. Oggi è già realtà la nuova struttura di rete che valorizza ancora di più la prossimità al cliente e ne rafforza la specializzazione sui business Retail e Corporate. OF: In che modo state realizzando concretamente i nuovi obiettivi del piano industriale? Taricani: Abbiamo avviato, e continuerà nei prossimi mesi, il processo di semplificazione di prodotti e processi con l’obiettivo di massimizzare il tempo che dedichiamo alla consulenza per i nostri clienti. Inoltre, abbiamo siglato delle partnership strategiche che ci consentono di essere distintivi sia sul mondo della consulenza sugli investimenti al cliente sia sul fronte dei pagamenti mobile.
ECONOMIA & FINANZA
Il Sole 24 Ore
Settore bancario in calo a Piazza Affari, dove il sottoindice del comparto è tra i più colpiti dalle vendite. In vista dell'approvazione dei conti semestrali nei prossimi giorni, gli istituti di credito si apprestano ad azzerare il valore dell'investimento nel fondo Atlante I. Ieri la stessa Quaestio sgr, gestore del fondo, ha annunciato di aver abbassato dell'80% il valore delle quote e di avere allo studio la liquidazione di Atlante I. Dopo l'avvio della liquidazione della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, in cui il fondo aveva investito 3,4 miliardi, il valore di Atlante, I ha spiegato Quaestio, è determinato esclusivamente da quanto trasferito in Atlante II (circa 850 milioni). Negli ultimi mesi le banche italiane hanno progressivamente ridotto il valore della propria partecipazione ad Atlante, che con ogni probabilità sarà azzerata con la prossima trimestrale. Lo confermano gli analisti di una sim milanese, che definiscono «attesa» la svalutazione operata da Quaestio e «incorporata nelle stime del secondo trimestre 2017 delle banche che ci attendiamo svalutino interamente la quota in Atlante I».
la Repubblica
È Unicredit la banca che ha il portafoglio crediti più "pulito" del sistema, secondo la fotografia scattata da Value Partners, che dimostra come sia vicina la svolta per il problema numero uno degli istituti italiani, quello degli Npl. L'incidenza sugli attivi sta scendendo, e si stanno perfezionando gli strumenti per smaltire la massa degli arretrati. Risolti i due casi più spinosi, Mps e venete, le banche insomma guardano al domani. Per gli Npl si attendono le mosse di Quaestio, che ora intende allearsi con Cerved per dare vita a un terzo strumento di intervento dopo i due fondi Atlante. Ma c'è anche una proposta di Cba per un nuovo fondo privato di ristrutturazione. Qual è la banca con il portafoglio crediti più pulito del reame italiano? Fino a ieri avremmo risposto senza tema di smentita Intesa Sanpaolo. Ma dal primo trimestre di quest'anno c'è una nuova stella, Unicredit, anche se Intesa si conferma molto solida. Il ritorno del gruppo guidato da Jeanne Pierre Mustier nell'Olimpo dei migliori istituti di credito è fotografato da Value Partners, che ha preso in esame gli aggregati di bilancio dei primi sette gruppi bancari italiani
la Repubblica
G randi manovre sul risparmio gestito. Per ora è un film in movimento - e al centro delle trame ci sono Anima, Poste, Aletti Gestielle e Cdp - ma è probabile che a fine anno il fermo immagine sia ben diverso da quello iniziale. Il calcio d’avvio del risiko l’ha dato la vendita di Pioneer ad Amundi: da allora sono passati sei mesi, ma se possibile un disegno di concentrazione del settore è diventato ancora più urgente. Così, dopo aver sfondato la soglia di duemila miliardi di patrimonio, per fondi comuni e gestioni di portafoglio, il mondo del risparmio gestito in Italia sta cercando un nuovo assetto. Partendo da una considerazione: questa particolarissima industria è una delle più fiorenti nel nostro paese, ma anche una delle più “strategiche”. Basti pensare che solo nei portafogli dei fondi di diritto italiano (dati Bankitalia) su 245 miliardi di patrimonio netto circa 56 miliardi è costituito da titoli di Stato (il 23%). Poi ci sono i fondi comuni formalmente di diritto estero ma sostanzialmente italianissimi (anche come scelte di investimento). Se applicassimo la stessa percentuale, il 23%, all’intero paniere di fondi e gestioni venduti in italia tutto il paniere, si arriverebbe a 460 miliardi di Btp (comprati e venduti). Ovvio quindi che ci sia un interesse strategico a tenere la “proprietà” del risparmio degli italiani in capo a soggetti italiani, anche attraverso operazioni di concentrazione del settore.
Il Sole 24 Ore
Comincia a delinearsi nei particolari la strategia di Carige per deconsolidare 1,2 miliardi di euro di Npl. Si tratta della seconda tranche di non performing loans dopo i 938 milioni di euro dei quali l’istituto guidato da Paolo Fiorentino e controllato dalla famiglia Malacalza (col 17,58% delle quote) ha avviato la cartolarizzazione con l’utilizzo delle garanzie statali (Gacs). Secondo fonti vicine al dossier, la strada che la banca ha definitivamente scelto è quella di cedere, a un soggetto specializzato nella gestione degli Npl, 1,2 miliardi di crediti deteriorati nonché il ramo d’azienda relativo alla piattaforma di recupero degli Npl di Carige, compresi i sistemi e le persone che attualmente gestiscono queste sofferenze. Si tratta di una cinquantina di dipendenti.
VIEMILIANET
MODENA 20 LUGLIO 2017 Bper e Popolare di Sondrio starebbero preparando una nuova offerta non vincolante per rilevare il 40% di Arca, quota che era detenuta dalle banche venete, ora in liquidazione. E’ quanto emerge da fonti modenesi vicine al dossier, le quali precisano che uno sviluppo alla trattativa potrebbe giungere già nel cda della banca emiliana previsto per il 2 agosto. Dopo il salvataggio delle venete, l’Ad di Bper, Alessandro Vandelli, aveva ribadito la necessità di “Rifare i conti in quanto lo scenario è cambiato”, pertanto “la valutazione di 700/800 milioni stimata da Anima nel 2015 per il 100% di Arca è oggi fuori mercato”. Oggetto della discussione con Popolare di Sondrio è anche la modalità di ripartizione del 40 per cento. Se fosse confermata l’ipotesi di divisione alla pari, l’acquisizione consentirebbe a Bper di diventare il primo azionista di Arca con una quota pari al 52,7% del capitale. Per la banca emiliana, l’operazione sarebbe strategica in termini di sinergie e potrebbe migliorare la stretta collaborazione già esistente tra le due realtà. Bper, inoltre, rappresenta una delle colonne portanti della raccolta di Arca, a cui contribuisce con 8 dei 31 miliardi di masse gestite. Si segnala che la società di gestione nel 2016 ha riportato un utile netto di 20 milioni.
Il Sole 24 Ore
Flavio Cattaneo non sarà più ad di Telecom Italia dopo il consiglio del 27 nel quale presenterà la “sua” semestrale. Già lunedì infatti – è stato comunicato ufficialmente – si riuniranno comitato nomine e consiglio per «l’esame della proposta di definizione consensuale dei rapporti fra la società e il dottor Flavio Cattaneo». Non si conoscono i termini della transazione ma le voci parlano di almeno 25-30 milioni rispetto ai 50 milioni ai quali l’ad avrebbe avuto diritto secondo il suo contratto, che era stato approvato dal precedente consiglio di amministrazione e anche dall'assemblea. Vivendi, azionista al controllo di fatto col 23,9% del capitale ordinario, avrà così la strada spianata per portare alla guida dell'incumbent tricolore Amos Genish, il manager israeliano ex ad della brasiliana Gvt che da gennaio lavora nella media company transalpina come chief convergence officer.
Il Sole 24 Ore
Lunedì il consiglio di Telecom Italia formalizzerà il divorzio d'oro col suo amministratore delegato Flavio Cattaneo,che ha raggiunto venerdì un accordo con la società per un'uscita consensuale a fronte di un indennizzo - si dice - compreso tra i 25 e i 30 milioni per 16 mesi nell'incarico. Vivendi -che in Tim esprime il suo ceo, Arnaud de Puyfontaine, come presidente esecutivo - potrebbe contare sulla maggioranza di almeno 8 consiglieri su 15. Diversamente De Puyfontaine non si sarebbe sottoposto al rischio di portare l'accordo al vaglio del board, che deve approvarlo. Il consiglio sarà preceduto nella mattinata di lunedì dal comitato per le nomine e la remunerazione, presieduto dal 15 giugno (è l'unico comitato, per ora, ad aver nominato il presidente) da Anna Jones, fino a febbraio alla guida del gruppo editoriale di Hearst di cui De Puyfontaine era stato ceo prima di approdare in Vivendi. Gli altri componenti sono due top manager della media company transalpina, il capo del legale Frédéric Crépin e il direttore finanziario Hervé Philippe, e due rappresentanti dei fondi, Ferruccio Borsani e Danilo Vivarelli. La maggioranza è scontata, tanto più che si tratta di un parere consultivo.
Il Sole 24 Ore
Perché Bolloré ha tanta fretta di rafforzare la presa di Vivendi su Telecom, quando ha mandato in campo il suo ceo, Arnaud de Puyfontaine, come presidente esecutivo a fianco dell’ad che si era scelto, Flavio Cattaneo, sostituendo in corsa Marco Patuano? Il rischio è che - tra Mediaset e Telecom - la campagna d’Italia del finanziere/imprenditore bretone si trasformi in una Caporetto. E se l’unico modo di uscire dal pantano è il blitz, arte di cui è maestro, non c’è tempo da perdere. Curiosa la mossa di sponsorizzare come direttore generale di Telecom, di fatto per l’Italia, il manager israeliano Amos Genish, che conosce benissimo il mercato brasiliano dove ha fondato e guidato a valutazioni stellari Gvt, ma in Brasile non può toccar palla fino a tutto l’anno prossimo per il patto di non concorrenza con Telefonica, che ha rilevato dai francesi appunto Gvt. Se non fosse che non c’è nessuno più di Genish - dice chi lo conosce bene - in grado di trattare al meglio la vendita di Tim Brasil.
AFFARI PERSONALI
Il Sole 24 Ore
Mancano pochi giorni per perfezionare la rottamazione delle cartelle. Il 31 luglio è l'ultimo giorno utile per pagare la prima o unica rata, chi manca all'appuntamento perderà i benefici della definizione agevolata. L'agenzia delle Entrate-Riscossione in questi giorni si è attivata per fornire la assistenza ai contribuenti attraverso diversi canali. Per chi avesse “perso” i conteggi ci sono diversi modi per recuperarli. Sul sito internet www.agenziaentrateriscossione.gov.it dal 7 luglio è possibile richiedere la copia della comunicazione delle somme dovute, già inviata dall'Agente della riscossione agli interessati, direttamente dall'area pubblica, senza necessità di pin e password. Copia della comunicazione era comunque già disponibile in area riservata dal 16 giugno.
Il Sole 24 Ore
Il bersaglio da centrare è quello grosso: 9,2 miliardi. La strada è quella delle sanatorie: rottamazione delle cartelle, rientro dei capitali e definizione delle liti pendenti. Le scadenze sono ravvicinate. Probabilmente anche troppo. Lunedì prossimo, infatti, arriva al capolinea anche la rottamazione delle cartelle dell’ex Equitalia (ora Agenzia delle Entrate - Riscossione): si deve pagare la prima o unica rata dell’importo “scontato” di sanzioni e interessi (se la contestazione originaria era di natura tributaria). Il calendario fiscale aveva previsto un intreccio anche con la voluntary disclosure «2.0» per la quale c’era la deadline per l’invio delle domande di adesione. Poi però le considerazioni sullo scarso appeal hanno indotto il Governo a riflettere sui tempi. Fino a venerdì scorso, infatti, tra i canali telematici Entratel e FiscOnline risultavano pervenute all’Agenzia poco più di 7mila richieste. Anche a immaginare un’adesione più massiccia con l’approssimarsi della scadenza, resta comunque lontano l’obiettivo delle 27mila ipotizzate dalla relazione tecnica alla legge di bilancio per quantificare un gettito atteso di 1,6 miliardi
La Stampa
A Milano si può cenare a casa di sconosciuti praticamente ogni sera. Da quando è nato Gnammo, la principale piattaforma italiana di social eating, si sono svolti più di 15mila eventi del genere che coinvolgono un pubblico di 220mila aficionados. La cui vita, adesso, diventa più sicura. Proprio Gnammo, infatti, lancia una assicurazione per tutti i suoi “cuochi” che li tutela da eventuali inconvenienti per i piatti serviti e da incidenti occorsi agli ospiti in casa propria offrendo la copertura di responsabilità civile sull’immobile. Per aderire non bisogna fare nulla: chiunque organizzi una cena è assicurato in automatico e gratis grazie alla formula studiata dai partner dell’iniziativa. Sono due: Axieme , altra startup di Torino, nata un anno fa, che fa da intermediaria nel mondo delle assicurazioni e Reale Mutua , compagnia assicurativa con alle spalle 189 anni di storia con cui verrà effettivamente stipulata la polizza. «Abbiamo pensato a un sistema nuovo per proteggersi dai rischi e risparmiare, attraverso assicurazioni di gruppo, social, che, nel caso in cui non ci siano sinistri o ce ne siano stati pochi, forniscono un rimborso alla fine del periodo assicurativo», annuncia Edoardo Monaco di Axieme.
SPECIALI
Morningstar
“Il debito emergente in valuta locale continua ad essere attraente, grazie a rendimenti elevati in termini relativi e agli interessanti valori delle divise nazionali. C’è un adeguato premio per il rischio”. A dirlo sono gli strategist di Morningstar Investment Management. Ma non sono i soli. “Nel nostro scenario base, stimiamo un ritorno annuo tra l’8 e il 12% nel medio termine”, si legge in una nota di Tcw. Da dove deriva tutto questo ottimismo? Innanzitutto, l’economia è in miglioramento tanto che il differenziale tra la crescita delle aree sviluppate ed emergenti si sta allargando per la prima volta in cinque anni. Merito delle riforme strutturali che sono state avviate in alcuni Paesi, tra cui l’India, l’Indonesia, l’Argentina e il Brasile. In secondo luogo, i rendimenti (yield) del debito in valuta locale sono di circa 100 punti base più alti del periodo immediatamente precedente il Taper tantrum del 2013 (annuncio da parte della Federal Reserve americana di una graduale riduzione delle politiche monetarie ultra-espansive). Inoltre, circa l’80% delle emissioni è investment grade (di qualità). Infine, le valute locali sono a sconto rispetto ai massimi del 2011 verso il dollaro, quindi hanno spazi di apprezzamento.
Morningstar
Dopo il ripensamento dell’anno scorso, la decisione è stata ufficialmente presa: MSCI ha annunciato che includerà le A-Shares della Cina nel suo indice dei mercati emergenti. Un totale di 222 azioni di tipo A verrà aggiunto all'Indice MSCI Emerging Markets in due fasi, che inizieranno nel maggio 2018. A completamento dell’operazione, le A-Shares rappresentano circa lo 0,73% del valore dell'indice. Le azioni di tipo A sono quei titoli quotati sulle Borse di Shanghai e Shenzhen, tradizionalmente di difficile accesso per la maggior parte degli investitori esteri. Come conseguenza, la maggior parte dei fondi comuni e degli Exchange traded fund dedicati alla Terra di mezzo sono stati per lungo tempo costretti a investire nei titoli cinesi quotati a Hong Kong (H-Shares, Red Chips e P-Chips) e a New York. In un comunicato stampa, MSCI ha dichiarato che la sua decisione di includere le azioni A è principalmente dovuta all'impatto positivo del programma Shenzhen-Hong Kong Stock Connect e all'allentamento da parte delle autorità cinesi dei requisiti di pre-approvazione che hanno per molto tempo limitato la creazione di veicoli d'investimento passivi sul mercato azionario cinese di tipo A.
Morningstar
Si può investire sui mercati emergenti anche senza passare per il settore beni di consumo. La strategia di puntare sulle società con alta esposizione ai paesi in via di sviluppo viene utilizzata per aumentare il grado di diversificazione del portafoglio senza farsi carico del rischio legato all’instabilità politica ed economica di queste regioni. Ma, a fronte dei vantaggi, tale politica presenta anche alcune debolezze: espone il risparmiatore alla fluttuazione dei tassi di cambio e rischia di sovrappesare il comparto consumer. Il megatrend che si vuole cavalcare attraverso questa scelta è quello legato alla crescita del reddito medio pro capite dei paesi emergenti e dunque della capacità di spesa delle famiglie, ma è possibile sfruttare questa tendenza di lungo periodo posizionandosi anche su altri settori come quello healthcare, materie prime e telecom. Sanofi per l’esposizione sul settore healthcare. Sanofi produce circa il 30% del suo giro d’affari complessivo nei paesi in via di sviluppo e grazie al suo forte posizionamento nei segmenti quali vaccini, farmaci da banco e cure per il diabete è in prima linea per beneficiare della crescita del reddito medio in queste regioni
Morningstar
Frontiera fa rima con prudenza. O almeno dovrebbe, a giudicare dalle incertezze che circondano questo asset di investimento. A cominciare, ad esempio, dalla composizione degli indici su cui molti fondi (attivi e passivi) si muovono. “I frontier market sono un universo eterogeneo. Ancora di più degli emergenti”, spiega Simon Dorricott, analista di Morningstar. Il provider di indici Msci attualmente ne identifica 29 (utili ai fini di un investimento): Argentina, Bahrain, Bangladesh, Burkina Faso, Benin, Costa d’Avorio, Croazia, Estonia, Guinea-Bissau, Giordania, Kenya, Kuwait, Libano, Lituania, Kazakhstan, Mauritius, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Oman, Romania, Serbia, Senegal, Slovenia, Sri Lanka, Togo, Tunisia e Vietnam. “Il problema è che ogni società o fornitore di indici ha un’idea diversa di quello che può essere considerato un mercato di frontiera”, spiega Dorricott. Anche in questo caso, come quando si parla di emerging, mettere tutti i paesi di frontiera in un unico calderone può portare a un’eccessiva generalizzazione. I paesi del Medio oriente e l’Argentina, per esempio possono essere accumunati dal fatto di essere regioni che dipendono in larga misura dalle commodity e, stando alle definizioni della World Bank quando parla di frontiera, da livelli molto bassi di reddito procapite.
Morningstar
Mentre l’Europa e gli Stati Uniti si trovano a far fronte all’incertezza generata dalla Brexit da un lato, e dai dubbi legati alla messa in opera delle politiche dell’amministrazione Trump dall’altro, gli investitori continuano a mostrare un forte interesse per i mercati emergenti. Questo vale anche per chi investe tramite Exchange traded Fund, come dimostra il recente Morningstar Direct European ETF Asset Flows Update, secondo il quale la categoria azionari globali mercati emergenti è stata quella che ha raccolto di più nel corso del secondo trimestre 2017, con 3,15 miliardi di euro di flussi. Anche nell’universo a reddito fisso, in testa troviamo i replicanti obbligazionari mercati emergenti in valuta locale, con 1,9 miliardi di raccolta. D’altronde, oltre a offrire un profilo rischio-rendimento più interessante, i mercati emergenti hanno anche dimostrato di poter apportare una maggiore diversificazione all’interno di un portafoglio
Morningstar
Quando si investe nei mercati emergenti oltre al rischio legato al valore dell’asset acquistato c’è anche quello relativo all’andamento dei tassi cambio che può, a seconda dei casi, amplificare il capital gain o le perdite. Tuttavia è possibile coprirsi in parte dal secondo ricorrendo allo strumento dell’hedging. Valute emergenti: dall'Europa all'Asia ecco i risultati. Chi negli ultimi 12 mesi ha assunto delle posizioni sui mercati dell’Europa emergente ha beneficiato in molti casi del doppio guadagno. Gli indici Msci di Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e il Russell Romania hanno realizzato nel periodo rispettivamente +44,87%,+ 43,38%, +3,7% e +30,95% (rendimenti al 18 luglio 2017 in valuta locale), performance alle quali si è aggiunto il positivo andamento dei tassi di cambio nei confronti dell’euro. Nello stesso periodo, infatti, lo zloty polacco si è apprezzato del 5,7%, il fiorino ungherese del 2,9% e la corona ceca del 4,1%, mentre il leu rumeno ha ceduto quasi il 2%. In questi paesi i mercati azionari e quelli valutari hanno beneficiato delle buone prospettive di crescita della regione. Il miglioramento della congiuntura in Eurolandia ha fatto da acceleratore all’espansione di queste economie, che tipicamente esportano nel Vecchio continente manufatti, materie prime ed energia, e promette di continuare a farlo anche nei prossimi anni, quando lo stato di salute dell’area euro migliorerà ulteriormente.
INCHIESTE
Il Sole 24 Ore
Faremo tutto ciò che è necessario («whatever it takes») per salvare l’euro. Queste poche parole pronunciate dal presidente della Bce Mario Draghi esattamente cinque anni fa furono decisive per spazzar via la speculazione che, tra il 2010 e il 2012, portò l’Eurozona sull’orlo del collasso. I gestori del fondo Fidelity International hanno selezionato cinque grafici per spiegare che cosa è cambiato in questi cinque anni. 1) Il costo del debito pubblico in netto calo. La fase due della grande crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti alla fine del 2008 ha avuto come epicentro l’Eurozona. E nello specifico gli anelli più deboli della catena: i Paesi periferici: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna (Piigs in gergo). La paura che la fragilità dei loro conti pubblici portasse alla disintegrazione dell’Eurozona si tradusse in una pesantissima impennata di rendimenti e spread. Una speculazione dagli effetti nefasti che solo l’intervento della Bce riuscì a spezzare. L’impegno verbale di Draghi con il «whatever it takes» fu il primo passo di una strategia di politica espansiva messa in atto attraverso il taglio dei tassi e il piano di acquisti di titoli sui mercati (Quantitative easing) essenziale nel disinnescare la speculazione
Il Sole 24 Ore
Arabi, russi, cinesi, indiani. Londra che si prepara a uscire dall’Unione europea è una capitale finanziaria che cercherà di fare dell’isolamento un punto di forza. Cercando di attrarre i capitali dei nuovi ricchi. Le incognite sono tante nell’era dei mercati globali. Vuoi per la perdita, centrale, del clearing, vuoi per le banche globali che stanno già ridisegnando le loro strutture, alla luce dei vari scenari, quello “duro e puro” dell’hard brexit e l’altro, più graduale e realista, della cosiddetta soft-brexit. Tutto dipenderà dall’entità dello «strappo», insomma. Determinanti per capire il futuro prossimo di Londra e della City saranno i negoziati tecnici di questi mesi con l’Unione europea - una nuova maratona negoziale tra gli sherpa di Downing Street e quelli di Bruxelles comincia proprio lunedì.
Il Sole 24 Ore
Il Fondo Monetario Internazionale ha migliorato le stime sulla crescita economica in Italia per quest'anno e l'anno prossimo, nel quadro di un ritocco al rialzo delle sue previsioni sull'Eurozona e di una conferma delle proiezioni dello scorso aprile sulla crescita globale. Tuttavia quest'anno l’Italia resterà il fanalino di coda tra i Paesi del G7 (assieme al Giappone), con un Pil previsto in crescita dell'1,3% (contro lo 0,8% ipotizzato tre mesi fa), che dovrebbe decelerare l'anno prossimo al +1 per cento. L'Fmi ha annunciato oggi a Kuala Lumpur l’aggiornamento del suo World Economic Outlook, confermando che l’economia mondiale dovrebbe crescere del 3,5% nel 2017 e del 3,6% nel 2018. Rispetto al precedente outlook, la composizione della crescita è però cambiata, con un accelerazione in molte regioni annullata da previsioni meno ottimistiche su Usa e Regno Unito.
la Repubblica
Banche, consumatori e governi, un intreccio sempre più complicato. Se in Italia l’ultimo problema è il salvataggio delle banche venete e in Europa la conseguente discussione sul destino del “bail-in”, negli Stati Uniti da giorni si parla di una riforma delle norme e soprattutto dei diritti dei clienti degli istituti di credito. La miccia l’ha accesa Richard Cordray, il direttore del Consumer Financial Protection Bureau (Cfpb), l’agenzia federale del governo degli Stati Uniti che si occupa della protezione del consumatore in campo finanziario. Cordray, scelto dall’ex presidente democratico Barack Obama durante il suo secondo mandato, ha annunciato la settimana scorsa una rivoluzione in terra americana: l’abolizione della clausola “mandatory arbitration”, e cioè le banche e le compagnie fornitrici di carte di credito, nei contratti, non potranno più negare ai clienti il diritto di ricorrere alla class action, cioe a ricorsi collettivi, qualora reputassero violati i loro diritti o gli istituti infrangessero le norme. Sinora questo è permesso solo ai militari e ai civili ma esclusivamente per i contratti di mutuo. In tutti gli altri casi, e sono la stragrande maggioranza, il cliente è costretto a denunciare da solo la banca, in arbitrati individuali, accollandosi tutte le spese legali, spesso insostenibili. E così molti, secondo Cordray, rinunciano a far valere i propri diritti.
COMMENTI
Il Sole 24 Ore — Chiara Bussi
Dalle loro sale radar hanno un osservatorio privilegiato sull’economia mondiale. Eppure sempre più spesso le organizzazioni internazionali cambiano idea sulle loro previsioni, arrivando persino ad autosmentirsi su un dato cruciale per le scelte di politica economica dei governi come il prodotto interno lordo. Un esempio? Nelle Previsioni economiche diffuse nella primavera del 2012, la Commissione Ue pronosticava per la Spagna un rallentamento dello 0,3% nel 2013. Appena sei mesi dopo Bruxelles appariva più pessimista e sempre per Madrid vedeva all’orizzonte una recessione ancora più profonda, stimata all’1,4 per cento. Una correzione al ribasso di 1,1 punti percentuali, la più ampia degli ultimi cinque anni per un big dell’Eurozona. Non si tratta, però, di un caso isolato di ripensamento. Anzi.
la Repubblica — Fabio Bogo
Abbandonato il posto di comando a Palazzo Chigi, Matteo Renzi si muove da azionista di maggioranza dell’azienda guidata da Paolo Gentiloni: come segretario del Pd l’ex premier traccia linee guida in campo economico e tira le orecchie a tutti . È stato il caso del Fiscal Compact, che Renzi vuole ridiscutere minacciando veti. Le risposte di Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda: «È materia della prossima legislatura». Pensiero implicito: e quindi del prossimo capo del governo. La pensa così anche Bruxelles, che ha fatto sapere che le trattative su questo e altre proposte avvengono comunque a livello di istituzioni. Il segretario di un partito ancora non lo è. Ed è il caso anche dell’ipotesi di ridurre le tasse, tema caro a Renzi. Sempre Padoan ha sillabato: «Se lo spazio fiscale è limitato bisogna valutare come usarlo; non sempre le tasse hanno gli stessi effetti su crescita e occupazione», perchè «il sentiero è stretto». Altro intervento a gamba tesa, rivolto al passato ma con riflessi per il futuro, contro la Banca d’Italia. «Sulla vicenda delle banche – ha detto Renzi - ho commesso degli errori, uno dei quali è stato quello di affidarmi quasi totalmente alle valutazioni e alle considerazioni della Banca d’Italia, rispettosi della solida tradizione di questa prestigiosa istituzione». Si poteva fare meglio, in sostanza.
La Voce — Fausto Panunzi
La conferenza stampa di Mario Draghi del 20 luglio può essere riassunta in due espressioni usate ripetutamente dal presidente della Banca centrale. La prima è “Pazienza, persistenza e prudenza”. Draghi è partito dalla soddisfazione per i dati sulla crescita dell’eurozona (0,6 per cento nel primo semestre del 2017 che segue lo 0,5 per cento dell’ultimo semestre del 2016), ma ha ammesso che sull’inflazione la Bce non ha raggiunto il suo obiettivo di un tasso vicino – ma sotto – il 2 per cento. Non tanto per il dato in sé (1,3 per cento) ma perché l’inflazione non sembra essere persistente e autosostenuta, cioè non dipendente dalla politica monetaria espansiva della Banca centrale. In particolare, non ci sono ancora segnali convincenti sulla dinamica dei salari e quindi dei prezzi. Draghi ha già discusso nelle settimane passate sulle possibili ragioni della scarsa reattività dell’inflazione alla ripresa dell’attività economica: una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, un sottoutilizzo della forza lavoro, aumenti della produttività. Quali che siano le ragioni, Draghi ha ribadito che è ancora necessario mantenere il programma di acquisti di titoli della Banca centrale (il cosiddetto Quantitative Easing o QE) e che bisogna avere pazienza per vederne manifestare pienamente gli effetti. Il presidente della Bce ha anche ribadito di essere pronto a prolungare ed espandere il programma in caso di peggioramenti della congiuntura economica. Da qui appunto “Pazienza, persistenza e prudenza”.
la Repubblica — ANDREA BOITANI
Le complesse regole europee su almeno una cosa sono chiare: se un paese ha un surplus di partite correnti (grosso modo, la differenza tra esportazioni e importazioni) superiore al 6% medio per tre anni, deve prendere provvedimenti per ridurlo. È una regola che fa parte del cosiddetto Six-Pack entrato in vigore nel 2011. La Germania ha però deciso che quella regola è figlia di un dio minore, perciò l'ha infranta sempre dal 2006, e la Commissione si è limitata a flebili "raccomandazioni". Ma perché un elevato surplus di partite correnti sarebbe da considerare un male e perché andrebbe colpevolizzato il virtuoso Paese che riesce ad esportare molto più di quanto importi? Il modo più semplice di vedere la cosa è questo. Le esportazioni della Germania dipendono dalla competitività di costo delle merci che produce (se cioè costano meno di quelle prodotte in altri paesi) ma anche dalla crescita economica dei paesi esteri, soprattutto di quelli con cui sono più intensi gli scambi commerciali. Le importazioni tedesche invece, oltre che dalla competitività delle merci, dipendono dalla crescita e, quindi, dalla domanda interna della Germania. Quindi un elevato surplus delle partite correnti tedesche significa che la Germania approfitta bene della crescita estera (della Cina, dei paesi dell'Est Europeo, ecc.) ma importa poco, perché la sua domanda interna cresce poco. Inoltre un paese in surplus di partite correnti sarà anche un esportatore netto di capitali (e infatti la Germania lo è stata e lo è): le risorse provenienti dall'estero e non spese all'interno del paese rifluiranno verso l'estero sotto la forma di investimenti (diretti o di portafoglio)
INTERNAZIONALE
Financial Times
Goldman Sachs has suffered its worst ever quarter in commodities, leaving the bank’s overall fixed-income division with a 40 per cent collapse in revenue and putting it on course to dramatically underperform its Wall Street rivals for the second quarter in a row. The bank still managed to beat analysts’ overall expectations in the three months to June — with a business-wide $4 earnings per share, against the $3.505 expected by analysts polled by Bloomberg. But those profits were driven by huge gains relative to a year earlier in its private equity business, a division where investors value earnings less because they are more volatile. Shares were down just over 2 per cent, at $223.78, by lunchtime in New York. “We know we need to do better,” chief financial officer Martin Chavez said on a briefing call, admitting that while the commodities markets had been challenging, ...
The New York Times
LONDON — Bank of America said on Friday that it had chosen Dublin as its future European Union hub, the latest major financial services firm to outline its plans to deal with Britain’s departure from the 28-nation bloc. Many banks and financial firms have concentrated their European operations in London, taking advantage of deep and liquid markets as well as the wide variety of support industries that have built up in the British capital, including accountants and lawyers. But those companies now face the distinct possibility that they may no longer be able to serve European clients from London after Britain leaves the bloc.
The New York Times
PISTOIA, Italy — As Europe’s era of easy money slowly draws to a close, the talk in Frankfurt and London is of bond yields, exchange rates and core inflation. In this medieval city at the foot of the Apennines, it’s all about trains. A stimulus program by the European Central Bank helped revive the train factory that is the largest employer in Pistoia, hauling the city out of a deep economic slump and putting people back to work. But the bank is now preparing to take away that stimulus, raising an ...
The New York Times
Re “Bank Health, Imperiled” (editorial, July 3): https://www.nytimes.com/2017/07/03/opinion/federal-reserve-banks-stress-test.html Instead of “knee-jerk deregulation,” banks are seeking sensible, targeted adjustments to rules put in place by Dodd-Frank seven years ago, so they can do even more to help grow the economy and create jobs. We’re not alone. Lawmakers from both parties and top regulators agree that fixes are needed. Inaction carries consequences for the economy. For the first time since the 1890s, the number of United States banks has dropped below 6,000. The rising cost of compliance is the biggest reason banks are closing their doors. There are several common-sense reforms that can ease the regulatory burden responsibly and allow banks of all sizes to better serve their customers and communities.
Financial Times
Deutsche Bank and Barclays are expected to emerge this week as the biggest European casualties of the fixed-income trading slump that dogged US banks’ second-quarter earnings, but analysts do not believe the situation is serious enough to merit swingeing cutbacks at either institution.  The big five Wall Street banks reported an average fall in fixed-income trading revenue of 17 per cent for the three months to June compared with the same period a year earlier, ranging from a 40 per cent fall at Goldman Sachs to a drop of just 4 per cent at Morgan Stanley, which took an axe to its fixed income, currencies and commodities (FICC) division in late 2015. 
Financial Times
Janet Yellen, in an unusually ebullient mood, suggested last month that there may not be a repeat of the Global Financial Crash (GFC) “in our lifetimes”. Given the extreme severity of the GFC, that is perhaps a fairly easy hurdle for the central bankers to clear. As a result of the co-ordinated efforts of Basel III and the Financial Stability Board under Mark Carney, the fault lines in the pre-2008 financial architecture have been largely repaired. A more difficult question is whether the current phase of rising markets, which began in 2009, will end because financial asset prices implode under their own weight. There may not be a complete collapse of the entire financial system this time, but there could still be a very unpleasant bear market for investors to endure. It is clear from the latest Fed minutes that “a few” members of the FOMC are more worried about the risk of financial instability than Chair Yellen, but even they seem reluctant to tighten monetary or prudential policy unless the Fed’s dual mandate, aimed at low inflation and maximum employment, is under threat.
TECNOLOGIA
la Repubblica
ROMA - Dopo l'operazione vintage con il modello 3310, Nokia torna alla carica con uno smartphone che potrebbe competere con Apple o Samsung anche per il prezzo. Il dispositivo 'ammiraglia' dello storico marchio si chiamerebbe Nokia 8. Lo dicono alcune indiscrezioni del sito CNMO, il design sarebbe quasi totalmente senza cornici. Per quanto riguarda le caratteristiche tecniche i rumors parlano di un dispositivo con display da 5.3 pollici, con processore Snapdragon 835 e varianti di RAM da 4, 6 o 8 GB a seconda dei paesi in cui sarà commercializzato. Il modello base del telefono dovrebbe essere fornito con 64 GB di memoria e offrirà una scheda microSD per l'archiviazione espandibile. È inoltre prevista sull'apparecchio la presenza di una doppia fotocamera e del sensore di impronte digitali.
Wired
Non è la prima volta che la casa di Cupertino si rivolge direttamente all’avversario per questo compito: Samsung ha fornito ad Apple i cruciali SoC della serie A fino al 2016, anno in cui la commessa è poi passata del tutto alla taiwanese TSMC. La testata riferisce che anche Samsung avrebbe acquisito i mezzi e la tecnologia per portare il processo produttivo dei suoi chip a 7 nanometri, e che nel 2018 potrebbe effettivamente tornare a condividere la produzione con il gruppo di Taiwan. Se l’indiscrezione si dimostrasse fondata, dunque, parte degli iPhone in uscita l’anno prossimo tornerà ad avere chip Samsung; se poi Apple dovesse continuare a rivolgersi al gruppo coreano per i display dei dispositivi (ed è probabile, dato che Samsung detiene un quasi monopolio sulla produzione degli schermi...
Wired
Altoparlanti intelligenti, o smart speaker: aggeggi da salotto che oltre a riprodurre musica ascoltano la voce del padrone tra le mura di casa e rispondono alle sue richieste, collegandosi a Internet e agli elettrodomestici per controllarli quando serve. Tutti i maggiori produttori nel mondo dell’elettronica di consumo stanno pensando di costruirsene uno, e non è un caso se tre imponenti colossi del mondo dell’elettronica di consumo come Amazon, Google e Apple abbiano già i loro prodotti (Amazon Echo è sul mercato dal 2014, Google Home è più recente e Apple HomePod debutterà entro la fine dell’anno).
Business Insider
Credit and debit card provider Mastercard is well on its way to discarding passcodes or PINs for security, as it seeks to bring biometric and wearable solutions to Australia next year. The company cited University of Oxford research that 93% of consumers preferred to use biometrics – like fingerprint and face identification – to traditional passwords, but that only 36% of banking execs felt prepared to develop such technologies. Mastercard Australasia president Richard Wormald said that this is where card providers like his company could come in, having the time and resources to research new solutions to old problems. “We’re working with a number of the major banks at the moment to pilot the contactless biometric card,” he told Business Insider.
Techcrunch
The Interactive Advertising Bureau, a trade group representing online publishers and advertisers, has released new standards around mobile and web advertisers. Not every publisher and advertiser will follow these standards, but the standards are important because they help establish best practices around what is and isn’t acceptable for the industry. If done right, they help maintain a balance where publishers can make money and users aren’t so annoyed that they rush to download ad blockers. Alanna Gombert, the general manager of the IAB Tech Lab, said that these new standards have been in development for the past four years. Today’s release represents the finalized version of what was published last fall for public comment. “It’s really about, how do we create a new ad portfolio that’s with the times, that’s easier to implement and customizable?” Gombert said.
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